Ecologia 2.0

Spunti di ecologia partecipativa
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Una vittoria dei territori: L’acqua rimane pubblica

marzo 18, 2009 By: lele Category: ecoappunti Marzo 2009 No Comments →

Il Consiglio regionale
ha votato le modifiche richieste da centrosinistra, comuni e comitati.
Ora la battaglia si sposta
a Roma in Parlamento

A fine gennaio il Consiglio regionale ha votato il via libera alle modifiche alla legge regionale sul servizio idrico integrato. Determinante l’impegno portato avanti dal centrosinistra, che ha raccolto le vibranti proteste da parte dei sindaci lombardi contro la proposta di privatizzazione dell’erogazione dell’acqua. Alla fine, quindi, la maggioranza ha accettato di condividere il testo con l’opposizione.
Dopo un anno di serrate trattative, centrosinistra e comitato dei sindaci referendari hanno raggiunto un’importante vittoria. Il Progetto di legge 291 di modifica della n°26/2003 sul servizio idrico integrato è stato, infatti, emendato accogliendo tutte le richieste dei sindaci, fatte proprie dall’opposizione in Consiglio regionale. Il testo è stato, quindi, votato in modo unanime, con il consenso di Pd, Prc, Sinistra Democratica e Verdi. L’approvazione del Pdl 291 va incontro alle ragioni che avevano spinto 154 comuni lombardi a raccogliere le firme per indire un referendum abrogativo regionale.
A un testo inizialmente inaccettabile, la Giunta regionale aveva in seguito presentato in Commissione quattro emendamenti che recepivano in pieno le istanze dell’opposizione e dei sindaci. E così, da un lato sono stati sanati i principi di incostituzionalità della legge 26/03, dall’altro si è risposto ai quesiti referendari. Nello specifico, è stato reso possibile per i comuni scegliere la gestione diretta (in house) del servizio di erogazione dell’acqua, eventualità precedentemente esclusa dalle leggi regionali in vigore e dalle successive modifiche.  È stato inoltre affermato il principio secondo cui le reti e gli impianti di distribuzione devono rimanere di proprietà interamente pubblica.
Il Consiglio regionale ha quindi definitivamente cancellato le parti della legge che obbligavano i comuni a privatizzare l’acqua. Con le modifiche introdotte, ai comuni lombardi (riuniti nei 12 Ato, Ambiti territoriali ottimali) è ora consentita la possibilità di gestire il servizio idrico tramite società totalmente pubbliche, senza ricorrere ad alcuna gara, passaggio, quest’ultimo, che avrebbe aperto l’ingresso ai privati.
Si tratta ora, a livello di singoli Ato, di applicare gli scenari aperti delle modifiche di legge: gli ambiti devono adeguare i rispettivi piani, affidando direttamente gestione ed erogazione dei servizi idrici alle stesse società patrimoniali – proprietarie di reti ed impianti – già costituite in molti Ato lombardi.
“In tutta la Lombardia – dice Roberto Fumagalli, del circolo ambiente “Ilaria Alpi” – si potrà mantenere la gestione dell’acqua tramite le aziende pubbliche locali, senza cadere nelle logiche della finanziarizzazione e degli intrecci societari che, nel disegno della giunta Formigoni, avrebbero permesso ad A2A di lanciarsi alla conquista della gestione dell’acqua di tutta la Regione, unitamente ad energia, gas e rifiuti”.
Ora la partita si sposta sul piano nazionale, dove i comitati che si battono per la proprietà pubblica dell’acqua chiedono la modifica della norma nazionale (l’art. 23 bis della legge n. 133, votata nell’agosto del 2008), che a sua volta “obbliga” a ricorrere alla gara per l’affidamento dei servizi pubblici, definiti di rilevanza economica.
L’acqua deve essere dichiarata un diritto umano, privo di interesse economico. Questa la richiesta fondamentale dei comitati.
Red.

Acqua privata o bene pubblico?

marzo 18, 2009 By: lele Category: ecoappunti Marzo 2009 No Comments →

Sarà praticamente impossibile usare la facoltà dell’affidamento del servizio idrico integrato consentito nella nuova norma regionale.
Il parlamento dovrebbe invece legiferare togliendo la possibilità di mettere a gara
questo bene comune

Sarò uno dei pochi, ma sinceramente non trovo grandi ragioni per gioire per le modifiche apportate alla legge regionale sull’acqua e i servizi.
Voglio sottolineare l’importanza del fatto che si è ristabilito il principio che la Regione non può imporre regole che ledono il rispetto della normativa nazionale ed europea, ma, per il resto, ben poco cambia dal punto di vista pratico.
La nuova legge prevede che si debba applicare il modello lombardo: proprietà e gestione di reti e impianti a una patrimoniale pubblica al 100% (questa è la sola modifica importante in quanto prima si prevedeva anche la presenza dei privati), mentre per l’erogazione si deve ricorrere alla gara a evidenza pubblica.
In alternativa si può utilizzare la normativa nazionale, esplicitamente l’articolo 23-bis del d.l. 112/2008, convertito nella legge 6 agosto 2008, n. 133, che recita:
c.2. ll conferimento della gestione dei servizi pubblici locali avviene, in via ordinaria, a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica, nel rispetto dei principi del Trattato che istituisce la Comunità europea e dei principi generali relativi ai contratti pubblici …
c.3. In deroga alle modalità di affidamento ordinario di cui al comma 2, per situazioni che, a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento, non permettono un efficace e utile ricorso al mercato, l’affidamento può avvenire nel rispetto dei principi della disciplina comunitaria.
4. Nei casi di cui al comma 3, l’ente affidante deve dare adeguata pubblicità alla scelta, motivandola in base ad un’analisi del mercato e contestualmente trasmettere una relazione contenente gli esiti della predetta verifica all’Autorità garante della concorrenza e del mercato …
In pratica questa norma rende quasi impossibile un affidamento “in house” o comunque diverso dalla gara ad evidenza pubblica, considerandolo residuale, negletto e utilizzabile sono in condizioni particolarissime e rarissime. Non a caso tutti coloro che da anni a livello nazionale lottano per l’acqua pubblica hanno definito questa legge, “il grimaldello per la privatizzazione dell’acqua”.
Personalmente condivido questo giudizio e continuo a ritenere che la vera battaglia si deve combattere a livello nazionale con l’obiettivo dell’esclusione del servizio idrico dai servizi pubblici di rilevanza economica, solo questo sbocco potrà garantire il mantenimento della gestione ed erogazione completamente pubblica. Ogni altra iniziativa potrà salvare la faccia e ribadire qualche nobile principio, ma non cambierà la sostanza della questione – che vede gli affidamenti “in house” costretti in limiti rigidissimi e difficilmente applicabili – limitandosi a scaricare farisaicamente sulle autorità d’ambito e sui comuni la responsabilità di scelte che sono in realtà imposte dalle norme vigenti, compresa la nuova legge regionale.
Marco Molgora
Assessore all’Ambiente ed Ecologia
Provincia di Lecco

Beni comuni. Referendum acqua

dicembre 14, 2007 By: admin Category: EcoAppunti Dicembre 2007 No Comments →

In Lombardia un gruppo di Comuni ha deliberato di chiedere alla Regione una consultazione

per far restare pubblico il ciclo integrato idrico

 

 

“L’acqua del Sindaco” non si tocca e tanto meno si privatizza: sono ormai più di 100 le amministrazioni lombarde che hanno votato nei loro Consigli comunali la delibera che chiede alla Regione il referendum abrogativo della legge 18/2006 sull’acqua, quella licenziata nell’agosto del 2006 che separa la gestione delle reti dall’erogazione del servizio idrico e che, secondo i Comuni, di fatto “privatizzerebbe” l’acqua.

A guidare questa cordata bipartisan (“E’ una battaglia di civiltà, non di partito” assicurano) che si sta spendendo ormai da mesi per abrogare almeno in parte una legge ritenuta “assurda” e “incostituzionale” (il Governo l’ha impugnata davanti al Consiglio di Stato), c’è il Comune di Cologno Monzese, nella persona dell’Assessore all’educazione ambientale Giovanni Cocciro.

“L’iter per indire del referendum abrogativo ha già avuto inizio – precisa – perché secondo lo statuto della Regione basta che ne facciano richiesta 50 comuni. Arrivati a quota 50 infatti siamo stati convocati dal Presidente del Consiglio Regionale Ettore Albertoni, ma abbiamo deciso di non fermarci con la raccolta di adesioni, per dare più forza alle nostre richieste”. E magari per rispondere anche all’Assessore Buscemi, che vi aveva bollato come uno sparuto gruppo di disturbatori? “Certamente, i suoi tentativi di minimizzare la questione sono assolutamente inutili. Può anche dichiarare alla stampa che “Nessuno vuole privatizzare un bel niente”ma se si parla di bancabilità riguardo all’erogazione e di gare di appalti per aggiudicarsi la gestione idrica dell’ultimo miglio si privatizza eccome.

E privatizzare l’acqua significa consegnare un bene pubblico agli umori degli operatori privati”. Rispedite al mittente Buscemi anche le accuse riferite ai costi presunti dell’operazione, ben 5 miliardi di euro secondo l’Assessore regionale, “assolutamente molto meno, perché quella cifra non è per nulla realistica” assicurano le amministrazioni comunali.

Da Roma intanto Alfonso Pecoraro Scanio ha fatto sapere in una nota del 16 ottobre scorso che il Ministero dell’Ambiente “Per quanto di competenza, ritiene che il modello di gestione pubblica e non privata costituisca lo strumento più utile (…)”, precisando comunque che “Ogni soggetto che a qualsiasi titolo partecipi alla amministrazione del servizio idrico si ritiene debba mantenere e perseguire l’obiettivo di garantire il diritto all’acqua”.

“La preoccupazione maggiore – prosegue Cocciro – oltre al fatto che i cittadini rischiano di trovarsi a pagare bollette molto più care è che in Italia si possa assistere a situazioni limite come quella che si verificò in Inghilterra dove a cominciare dal 1989, sotto la guida di Margaret Tatcher, si privatizzò l’acqua: dopo 1 anno, 1 milione e mezzo di famiglie erano state espulse dal diritto all’acqua perché non potevano pagare le bollette, nel frattempo triplicate”. Dopo una lunga battaglia capitanata dalle associazioni dei consumatori, la questione fu portata davanti alla Corte Costituzionale inglese che sancì il diritto all’acqua, obbligando la società a intervenire sulla sospensione delle risorse idriche. La società quindi decise di montare un contatore nelle case degli inadempienti che, tramite una card, dava diritto all’erogazione di 50 litri d’acqua al giorno, quantità quotidiana pro capite minima stabilita dall’Organizzazione mondiale della Sanità. “Calcoli – precisa però Cocciro – che una famiglia italiana mediamente consuma dai 250 ai 280 litri d’acqua al giorno. In Inghilterra con la privatizzazione dell’acqua fu sancita la disuguaglianza sociale. Vogliamo fare la stessa fine anche in Lombardia?”.

E.P.