Le BiciStazioni: spazi nuovi e belli blocca smog
Combattere l’inquinamento progettando ambiti urbani innovativi e funzionali per l’intermodalità mezzo pubblico, meglio su ferro, e due ruote
Le BiciStazioni: è questa la nostra nuova scommessa che lanciamo per tutte le città, a partire da quelle lombarde e, in particolare, per quelle delle aree metropolitane che, quotidianamente, sono sommerse da automobili, stress ed inquinamento.
Accanto ai provvedimenti che limitano gli ingressi ai veicoli inquinanti, in aggiunta ai tanto sospirati finanziamenti per il trasporto pubblico, chiediamo agli amministratori di investire sull’utilizzo della bicicletta in ambito urbano, offrendo un kit completo di opportunità da mettere a disposizione del cittadino: piste ciclabili e zone a traffico limitato, stalli e rastrelliere, servizi di bike-sharing, locali per biciclette in condomini, uffici e alberghi.
Ma si può fare di più. Per aumentare il numero di biciclette in movimento occorre favorire l’intermodalità bici+treno, bici+autobus, bici+metropolitana, e questo a partire dalla trasformazione urbana di aree di confine, stazioni ferroviarie e terminal delle linee metropolitane, luoghi di passaggio oggi poco valorizzati, male illuminati e per niente sicuri, dove la realizzazione delle BiciStazioni consentirebbe di recuperare il tessuto urbano, creare punti di presidio ben controllati, offrire servizi agli utenti e lanciare nuove opportunità di lavoro.
Ma cosa sono le BiciStazioni? Sono degli edifici – presenti un po’ dappertutto in Europa – costruiti su misura per i ciclisti urbani, che sorgono normalmente a fianco di parcheggi pubblici per le biciclette e dove vengono offerti i servizi di noleggio, custodia e ricovero biciclette, punto informazioni, officina specializzata per le riparazioni, vendita di pezzi di ricambio e accessori, biciclette nuove e usate, guide, mappe e gadgets. Nella sostanza, quindi, le BiciStazioni offrono servizi flessibili, modulati a seconda delle esigenze del luogo in cui sorgono e costituiscono un utile strumento per trasferire quote di domanda di mobilità dal mezzo privato al sistema di trasporto pubblico.
Anche in Lombardia l’offerta di servizi ai ciclisti sta crescendo e, oltre al caso della Stazione delle Biciclette di San Donato Milanese, nuovi interventi sono in programma o in fase di discussione, tra cui la BiciStazione di Sesto San Giovanni nel nodo di interscambio di Sesto Fs.
L’associazione Vas chiede di accelerare questo processo ed ha elaborato la proposta progettuale “Interventi a favore della bicicletta presso i nodi di interscambio del trasporto pubblico” – presentata in occasione del Piano strategico “Città di Città” della Provincia di Milano – che punta ad individuare cinque ambiti, distribuiti omogeneamente sul territorio milanese, dove realizzare cinque nuove BiciStazioni.
Il primo obiettivo? Veder nascere la BiciStazione MILANO C.LE, sfruttando l’occasione dei lavori di ristrutturazione oggi in corso. A questo proposito, Vas e Fiab hanno firmato un appello al Sindaco Letizia Moratti, chiedendo di dimostrare con atti concreti il suo impegno a favore della mobilità sostenibile.
L’esperienza sarà poi riproposta – con nuove formulazioni che tengano conto delle specificità territoriali e della domanda inespressa di mobilità delle popolazioni locali – negli altri ambiti provinciali della nostra regione.
Marco Menichetti


dicembre 15th, 2007 at 19:05
Le macchine promettono la libertà ma ti imprigionano nel traffico in mezzo ai gas mefitici. L’automobile ha fallito: da mezzo di mobilità si è trasformato in strumento di congestione, capace di divorare spazio urbano e di trasformare principalmente energia in calore, e solo per una piccola parte in energia cinetica. Di quest’ultima poi solo il 10 – 20% muove persone il resto serve per spostare il veicolo stesso (1000 – 1500 kg). Ne consegue che su 10 litri di benzina, otto o nove vengono spesi per spostare il mezzo e solo uno o due i passeggeri. L’automobile viene esaltata come massima espressione della libertà di movimento, ma la poca libertà di cui ancora fruisce è il portato di crescenti e nuove spese per infrastrutture e della rigidissima regolamentazione a cui è ormai sottoposto il traffico. Basta che non ci siano fondi per asfaltare nuove strisce di suolo, o che le regole non vengano rispettate, o che si blocchino i semafori, o che i vigili non intervengano al momento opportuno, e la mobilità di un intero territorio rischia la paralisi.
L’automobile è da tempo la principale fonte del malessere urbano. Aumenta le distanze, sospingendoci verso l’hinterland per allontanarci dalla congestione; divora il nostro tempo negli spostamenti e negli ingorghi; rende l’aria irrespirabile; ci assorda con il rumore; contribuisce più di qualsiasi altra fonte all’emissione di gas serra; grava pesantemente sui nostri redditi e sui bilanci pubblici; distrugge la socialità, consegnando al traffico e alla sosta vie, strade, piazze e persino marciapiedi, cioè lo spazio pubblico dell’incontro.
Esiste un metodo sicuro per valutare se il traffico privato è aumentato o diminuito negli ultimi tempi, e consiste nel guardare le auto ferme, cioè parcheggiate negli spazi “giusti”, o in sosta vietata, o in seconda o terza fila, o sul marciapiede. Trasformare le strade e le piazze in uno scolo per auto significa sottrarle agli umani: cacciare gli uomini, le donne, e soprattutto i bambini e gli anziani, per far posto alle protesi meccaniche degli automobilisti: di esseri nati bipedi e trasformati in robot a quattro ruote.
Bisogna convincersi che l´auto, come mezzo di trasporto privato, non ha futuro. Che possiamo procrastinarne la fine con i marchingegni e gli incentivi più vari; ma solo per poi accorgerci che abbiamo buttato una montagna di denaro (pubblico e privato), di tempo, di risorse (intellettuali e ambientali) in un pozzo senza fondo. Che se anche soltanto alcuni dei cosiddetti paesi in via di sviluppo (per esempio la Cina, o l’India, o il Brasile) raggiungessero il tasso di motorizzazione dell’Italia, l’intera superficie del pianeta non basterebbe a contenere le auto, né l’atmosfera sarebbe in grado di assorbire le loro emissioni. Naturalmente, per convincerci che l’auto non ha futuro non bastano le prediche; occorrono dimostrazioni pratiche che provino che ci si può spostare più in fretta, più comodamente, a costi minori, con maggior sicurezza, con soluzioni diverse: il potenziamento del trasporto pubblico di massa – treni, tram, autobus, metropolitane (leggere) ecc. – e l’introduzione di tutte quelle soluzioni flessibili che rendono possibili gli spostamenti porta-a-porta senza dover ricorrere all’auto propria.
Informatica e telecomunicazioni consentono già oggi di garantire spostamenti porta-a-porta, senza traffico e ricerca del parcheggio, a costi economici, sociali e ambientali molto inferiori a quelli che si pagano con un’auto a testa.
Progettare il trasporto flessibile in una società complessa richiede la partecipazione consapevole e negoziata di molti soggetti: utenti, maestranze, amministrazioni, imprese, enti, associazioni, tecnici, educatori. Si tratta di un modello organizzativo replicabile in molti altri servizi pubblici, per il quale oltre alle tecnologie occorre costruire un know-how di gestione che potrà costituire un fattore di competitività decisivo per un’economia come la nostra, altrimenti condannata al declino.
Non ci sono dubbi l’auto esiste e non sempre se ne può fare a meno, ma cerchiamo almeno di utilizzarla in condivisione. Urge la conversione culturale dall’auto come proprietà all’auto come servizio. Il car sharing (auto in affitto), il car pooling (auto condivisa), il taxi collettivo. Sono tutte alternative allo spostamento privato.
Facciamo due conti: un’automobile in soli cinque anni ci costa circa 3000 €/anno (e parliamo di una utilitaria da 15.000 €), a questa cifra vanno aggiunte le spese di manutenzione e quelle fisse come il bollo e l’assicurazione. Insomma in un anno l’automobile costa circa 6000 € se la si usa e 4000 € se la si lascia parcheggiata in garage. Ma disfarsi dell’auto, anche se per molti sarebbe più conveniente, non è facile e si preferisce usarla fino in fondo.
Immaginiamo una mobilità fatta di mezzi pubblici, di mezzi privati (la bicicletta), di trasporti collettivi e condivisi, di sms inviati all’agenzia per la mobilità, di spese effettuate via internet per risparmiare tempo, benzina, aria pulita. E poi c’è il car sharing come forma ideale per chi utilizza l’auto anche tutti i giorni.
Come si è fatto con i parchi occorre dichiarare area protetta il bene pubblico, cioè la strada, vietarla al traffico privato e a tutti i veicoli che non svolgono servizio pubblico. Ma questo significa scontrarsi con il deficit culturale di un pubblico che spesso non riesce più a immaginare altre realtà, significa scontrarsi con i mass media che quotidianamente osannano i benefici delle automobili, le mucche sacre dei nostri tempi. Viviamo in anni in cui Albertini vinse le elezioni a Milano promettendo di trasformare i marciapiedi in parcheggi.
Ma qualche posto in più non risolve la questione della sosta. Basterebbe fermarsi e cominciare a rivalutare una vita con lentezza, recuperare la socievolezza utilizzando i mezzi pubblici (oramai sempre più utilizzati da stranieri e studenti), a riflettere sul preoccupante incremento del tasso di motorizzazione (il nostro è il più alto della UE). E’ sufficiente pensare che laddove si parcheggia un’automobile potrebbero parcheggiarsi 18 biciclette!
Bisognerebbe imporre la scritta su tutte le automobili “Nuoce gravemente alla salute”. “Quest’auto può uccidere”. Se lo si fa per le sigarette perché non farlo con le automobili che, tra scarichi e incidenti, sono molto più pericolose?
E quando ce ne disfiamo, le traghettiamo nella loro second life, nei paesi in via di sviluppo. Vengono sostituite bielle o pistoni, rivendute, e il giro d’affari ricomincia. E poco importa se, renderanno l’aria irrespirabile in Niger, nel Mali o nel Burkina Faso, perché è lì che vanno a finire le nostre vetture. È questo il prezzo da pagare per una “vita con auto”?
ottobre 13th, 2009 at 11:55
Ciao, volendo aprire una bicistazione adiacente un a fermata della metropolitana cittadina, ubicata nel comune di milano, sapete quale organo è preposto a questo iter.
Tutti i consigli e le indicazioni sono benvenuti.
Saluti.