Ecologia 2.0

Spunti di ecologia partecipativa
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Archive for luglio, 2008

Energia nucleare Quanto costa l’atomo?

luglio 10, 2008 By: lele Category: Ecoappunti Giugno 2008 1 Comment →




Il dibattito sull’uso dell’uranio per alimentare le centrali si è aperto, ma come vent’anni fa rimangono aperti gli stessi problemi, a partire da quello del costo dell’elettricità così ottenuta

Il tema del costo dell’energia non può essere discusso se non si esamina il costo dell’elettricità nel suo complesso, seppur articolato secondo le varie fonti utilizzate.

 

Un processo dinamico

La liberalizzazione dei mercati dell’energia, che pur con i dovuti distinguo, è comunque un processo in corso, implica che le varie fonti, dal gas al petrolio, dal carbone all’uranio, dalla legna all’acqua, siano considerate delle commodities, quindi soggette alle leggi del mercato, e di conseguenza negoziate nelle Borse o comunque collegate ai prezzi che lì si formano.

Liberizzazione vuol dire anche che ai tradizionali contratti di fornitura di tali commodities, tipicamente i contratti “forward”, nati per limitare i rischi finanziari dei venditori e degli acquirenti di queste materie prime particolari, si sono aggiunti altri strumenti finanziari, i “futures”, che in pratica sono delle roulettes dove stormi di traders scommettono sui prezzi dei cosiddetti barili di carta, che poco hanno a che fare con le reali quantità di petrolio consegnate e utilizzate.

 

Il legame tra fossile e nucleare

Ora, se è vero che non bisogna fare l’errore di dare troppa importanza alle oscillazioni a breve termine in quanto la fine del petrolio e del gas è ancora lontana, non bisogna pensare che le fluttuazioni non abbiano alcuna relazione con il rapporto domanda/offerta, ovvero che i rialzi recenti siano pura speculazione. Sul lungo periodo, pertanto, i prezzi dei futures sono legati ai costi reali del petrolio, e, di conseguenza, lo saranno anche le quotazioni del gas naturale, ma non solo…

Anche l’Uranio è una commodity quindi, in un mercato liberalizzato, subisce lo stesso gioco, tanto è vero che negli ultimi 4 anni il suo prezzo sul mercato è passato da 10 a 130 dollari alla libbra, con un aumento di oltre il 1000%, ben superiore all’incremento del prezzo del greggio.

Questo vuol dire che anche il costo dell’elettricità nucleare aumenterà. Secondo un recente studio, condiviso dall’industria atomica statunitense (il Nuclear Power Joint Fact-Finding), l’elettricità di una nuova centrale nucleare è destinata a costare tra gli 8 e gli 11 centesimi di dollaro per kWh. Da rilevare che già nel 2005 lo studio “Economic Future for Nuclear Power” dell’Università di Chicago, commissionato dal Dipartimento per l’Energia (DoE), sosteneva che il vero costo del kWh elettronucleare oscillava tra i 47 e 71 dollari per MWh, contro un costo di 35-45 dollari per MWh dei cicli combinati a gas.

 

Il prezzo dello smaltimento

Tutto questo senza considerare i debiti energetici, quindi monetari, che dovranno essere pagati per il confinamento del combustibile esausto e delle scorie radioattive, che rimangono dopo lo sfruttamento e dopo lo smantellamento delle centrali.

Nessun grande impianto nucleare è mai stato smontato; nessun paese ha ancora identificato un sito in cui conferire definitivamente le scorie radioattive per i prossimi secoli. I costi sociali, ambientali ed economici di queste attività si prospettano così elevati che molti ormai sostengono che è più conveniente abbandonare e isolare i reattori nucleari alla fine della loro vita utile, con tutte le loro scorie radioattive dentro, invece che smantellarli e trasferire i residui non si sa dove.

Pretendere che questi debiti non esistano, non porta da alcuna parte. Essi non sono semplicemente inesigibili da ascrivere in qualche bilancio societario. Un giorno o l’altro il genere umano dovrà pagarli o subirà le conseguenze di un ambiente avvelenato.

Sergio Zabot

 

Portogallo rinnovabile

luglio 10, 2008 By: lele Category: Ecoappunti Giugno 2008 2 Comments →




Il Portogallo sta sviluppando velocemente le energie rinnovabili.

Entro il 2020 il paese iberico intende raggiungere il 31% dei consumi elettrici da fonti alternative.

Dal 2005 lo stato lusitano è già al 20%, e ora si trova ai primi posti in Europa in compagnia di Svezia, Finlandia e Lituania.La nuova economia delle rinnovabili vede il Portogallo agire su molteplici fronti, oltre ai classici idroelettrico (comunque triplicato negli ultimi tre anni), eolico, e solare, il paese iberico sta sviluppando anche l’elettricità ricavata dal mare, sia attraverso il moto ondoso che le correnti marine.

Un forte impulso lo ha pure ricevuto l’eolico nel mare, a largo di Porto è in costruzione la centrale più estesa del mondo, avrà 130 turbine che saranno alimentate dal forte e costante vento dell’oceano Atlantico.

Tra gli impianti a tecnologia innovativa c’è da segnalare quello inaugurato nel mare di Agucaura, nel Nord del Portogallo: produce elettricità per 2000 famiglie sfruttando il moto ondoso. Nel caso la sperimentazione dovesse avere esito positivo è ipotizzabile un potenziamento per alimentare fino a 350.000 abitazioni.

Sul solare fotovoltaico gli investimenti lusitani sono stati numerosi, e hanno anche avuto il sostegno dall’Unione Europea. Finora sono state realizzate 3 centrali che producono elettricità per 10.000 abitazioni, ma a Moura-Amareleja sta nascendo una mega centrale che ne alimenterà 30.000.

Nella città del Sud del paese lusitano stanno realizzando un impianto che si svilupperà su un’area di 2 milioni e mezzo di metriquadrati, ora coltivata prevalentemente a ulivi.

A Moura e dintorni, però, si è anche sviluppata l’industria delle rinnovabili grazie alle iniziative dell’amministrazione comunale, che ha deciso di fondere la propria azienda per l’energia con uno dei colossi mondiali del settore, la spagnola Acciona. In città è così nata una importante fabbrica per la produzione di pannelli solari, ed è stato promosso un polo tecnologico per incentivare la ricerca e lo sviluppo di imprese del settore delle rinnovabili.

Nel Nord del Portogallo è nata una grande fabbrica, di proprietà tedesca, per la produzione di aerogeneratori che impiega 1.200 persone. Si trova al confine con la Spagna, ma soprattutto vicino a Ventominho, uno dei più grandi parchi eolici d’Europa.

Nel paese lusitano l’industria delle rinnovabili sta quindi prendendo il posto dell’economia tradizionale, tra le più sofferenti del continente.

Red.

Cambiamenti climatici Forte impronta, scarso impegno

luglio 10, 2008 By: lele Category: Ecoappunti Giugno 2008 No Comments →




La Lombardia è molto indietro nei provvedimenti per rispettare il Protocollo internazionale di Kyoto sulla riduzione dei gas che provocano l’effetto serra.

Gli stessi documenti ufficiali raccontano una situazione che necessita iniziative concrete

 

I cambiamenti climatici si sentono anche in Lombardia e le risposte della Regione non paiono essere al momento le più efficaci, così come quelle delle aziende inserite nello schema nazionale delle emissioni in base a quanto disposto dalla direttiva europea sull’emission trading, e del settore dei trasporti e del riscaldamento civile.

 

Situazione

Lo scenario emerge dal documento elaborato dalla Fondazione Lombardia per l’Ambiente (Progetto Kyoto Lombardia, scaricabile da internet all’indirizzo www.kyotolombardia.org) che elenca una serie di risposte alle domande dei decisori politici lombardi. La premessa non è confortante, e la dice lunga sulla portata positiva degli interventi messi in campo negli ultimi anni dalle istituzioni, a cominciare da quelle regionali. “Il territorio della Lombardia – è scritto nello studio – è soggetto a numerose pressioni (ad esempio distruzione degli habitat, inquinamento del suolo, dell’acqua e dell’aria) a cui si devono sommare le pressioni dovute ai cambiamenti climatici”.

Su quest’ultimo punto, nella nostra regione, si è osservata “una tendenza netta verso temperature più alte e una tendenza molto più sfumata verso una riduzione delle precipitazioni”, scrive la Fondazione. Nel bacino Padano la temperatura “mostra una crescita dell’ordine di 1,7 gradi nell’arco degli ultimi due secoli”. Il contributo più forte “è dato dagli ultimi 50 anni, nei quali l’aumento è stato di 1,4 gradi. Nell’ultimo mezzo secolo vi è stato un incremento molto forte dell’escursione termica”.

Sempre per quel che riguarda i cambiamenti climatici, la Fondazione rileva ancora l’aumento “di frequenza e intensità degli eventi estremi, quali ondate di calore, siccità prolungata e intense precipitazioni”. Un fatto preoccupante in una regione che ha “una naturale propensione al rischio alluvioni”.

Altro indicatore allarmante è quello relativo ai ghiacciai, “che negli ultimi hanno registrato una riduzione in volume e superficie di forte entità” e che negli ultimi due decenni sono giunti a “un vero e proprio collasso”.

 

Problemi da affrontare

Tra gli impatti la Fondazione sottolinea quello sull’agricoltura, che dovrà “far ricorso a strategie di adattamento di tipo economico e agronomico per ridurre le perdite”.

Per quel che riguarda le emissioni, produzione di energia elettrica, traffico autoveicolare, settore industriale e riscaldamento domestico, sono responsabili ciascuno del 20% delle emissioni climalteranti, e che hanno pure notevoli impatti sanitari e socio economici.

“Gli esiti diretti, in Lombardia, sono ovviamente riconducibili in modo particolare all’aumento di frequenza dei fenomeni estremi, segnatamente temperatura e precipitazioni, con effetti che andranno a interagire pericolosamente con elementi strutturali caratteristici del sistema socioeconomico, quali l’invecchiamento della popolazione, il dissesto idrogeologico, la crescita della domanda energetica, la produzione agricola, la biodiversità e la rete delle aree naturali protette della Regione Lombardia”.

E proprio alluvioni e dissesto potrebbero mettere a rischio il patrimonio infrastrutturale lombardo, cioè strade e binari ferroviari, il cui valore, afferma lo studio, ammonta “a 12 miliardi di euro”.

Per quel che riguarda ancora la salute, la Fondazione sottolinea come nei prossimi anni “possano verificarsi nuovamente ondate di calore simili a quella record che ha colpito il nord Italia nel 2003, e che ha provocato oltre 7 mila morti con temperature di oltre 4 gradi sopra la media stagionale per oltre tre mesi”. Fenomeni che risulteranno “particolarmente acuti nelle aree urbane ad alta densità abitativa a causa del concomitante effetto ‘isola di calore’ che comporta un aumento della temperatura rispetto alle aree periurbane”.

Red

Dardesheim a bassa emissione

luglio 10, 2008 By: lele Category: Ecoappunti Giugno 2008 No Comments →




Una comunità senza elettricità prodotta da petrolio, carbone, gas e fissione nucleare.

E’ Dardesheim, Germania, piccolo comune da 1000 abitanti nel land della Sassonia-Anhalt.

La storia della riduzione delle emissioni, e dello sviluppo delle energie rinnovabili, inizia nel 1993, quattro anni dopo la caduta del muro di Berlino, e un anno dopo la conferenza internazionale di Rio de Janeiro su ambiente e sviluppo.

Le prime quattro pale eoliche furono installate a Dardesheim in quell’anno, e segnarono l’inizio di un coinvolgimento di una comunità, prima ancora che un elemento di ecologia industriale.

Il progetto per l’energia pulita prevede che i cittadini partecipino al processo verso la sostenibilità attraverso un notiziario mensile sulle energie rinnovabili, e la realizzazione di un centro informazioni aperto al pubblico in visita alla cittadina

Da allora le pale eoliche sono diventate 29, di cui una di nuova generazione, alta 124 metri con pale di 114, capace di generare 6 MW, cioè di produrre elettricità in volumi interessanti per il mercato dell’energia, quello che è finora è stato il maggior limite alla diffusione dell’uso delle rinnovabili.

A Dardesheim in questi anni hanno pure installato 9 impianti fotovoltaici, che coprono il 33% del fabbisogno cittadino di elettricità.

I progetti sono anche proseguiti con una centrale termica alimentata a biomasse, i trattori delle aziende agricole alimentati ad olio di colza, e tra poco ci sarà anche una stazione per ricaricare i veicoli elettrici.

Il risultato forse più importante è stata la nascita della filiera industriale, nei pressi di Magdeburgo, la capitale del land della Sassonia Anhalt. Qui si trova la fabbrica di uno dei colossi delle pale eoliche, la Enercon, occupa 3.000 persone: è la più grande industria dello stato-regione, ex Germania Est.

Red.

Verdi ancora?

luglio 10, 2008 By: lele Category: EcoAppunti Dicembre 2007 5 Comments →




Forse per la generosità e, malgrado delusione e stanchezza, il senso di responsabilità di molte persone con cui abbiamo condiviso in questi ultimi anni il lavoro all’interno dei Verdi, verrebbe quasi il pensiero di provare a ripartire.

Sarebbe, per quanto mi riguarda, la quinta o la sesta volta che partecipo a una qualche rifondazione dei Verdi.

Forse non è più il caso, probabilmente non è più possibile.

Certo il colpo di grazia è stata la gestione del Ministro dell’Ambiente di questi due ultimi anni, che ci ha stampato in modo forse indelebile l’etichetta di partito che dice no a tutto, e che quando è chiamato a risolvere i problemi si dimostra totalmente inadeguato. Siamo percepiti da tanta gente come un partito inutile, antipatico, e che addirittura blocca le soluzione dei problemi.

Di uguale insopportabilità è la retorica dell’ ambientalismo dei “sì” che il centrodestra sta con energia praticando dovunque, relegando nel partito del “no” chiunque si opponga anche alle iniziative più irragionevoli.

La discussione sul nucleare è ostaggio proprio di questi stereotipi : “noi del sì siamo per l’innovazione e la modernità” , “voi del no siete per la conservazione e la crisi “…. “ e poi avete detto no alle centrali a gas, ai rigassificatori, all’alta velocità, al carbone pulito, persino all’eolico e a volte addirittura all’idroelettrico e ora dite no anche al nucleare?

Cosa diavolo proponete?

E la nostra risposta alternativa che si fonda sull’efficienza energetica, sull’uso razionale dell’energia e sullo sviluppo delle fonti rinnovabili non è neanche presa in considerazione per la scarsa autorevolezza che dimostriamo.

E, invece, proprio di un soggetto autorevole avremmo bisogno per produrre proposte di cambiamento, e su queste essere in grado di convincere e mobilitare la maggioranza di questo paese.

Possono essere ancora i Verdi a svolgere questo ruolo?

A me pare di no.

A maggior ragione guardando al congresso nazionale dove il gruppo che ha portato il partito al disastro sta mobilitando truppe cammellate per mantenere il controllo del partito stesso, senza che le persone normali abbiano la possibilità di opporsi, schiacciate come sono dalla sproporzione delle tessere.

Che fare?

A volte il semplice prendere atto che almeno dentro questi Verdi nulla si può più fare, può essere segnale di saggezza.

E poi pensare, studiare, ascoltare e ragionare e farlo con chi avesse voglia di fare politica a favore dell’ambiente e dei cittadini.

Persone che sono nel Partito Democratico, o che guardano più a sinistra, che stanno nelle associazioni, o che sono semplicemente sfiduciati.

Studiare un laboratorio politico nella nostra regione che faccia parlare tra di loro cuore e intelligenza delle tante persone che non si danno per vinte, ma che non hanno certezze e sicurezze.

Che i Verdi siano finiti è per me personalmente e politicamente un dramma, ma se tutto l’ambientalismo si disperdesse in tanti rivoli sarebbe un disastro irreparabile.

Lavoriamo assieme per trovare una soluzione.

Carlo Monguzzi

Ecologisti al futuro

luglio 10, 2008 By: lele Category: Ecoappunti Giugno 2008 1 Comment →




Dobbiamo ripartire. Ricostruire. Dalle scelte, quelle vere. La divisione non è tra ambientalisti del sì e ambientalisti del no.

Questa è una semplificazione mediatica, efficace se si vuole, ma solo mediatica.

Se, invece, vogliamo ricostruire un ruolo per gli ecologisti in politica, dobbiamo andare oltre le semplificazioni e riscrivere i fondamenti della nostra azione.

All’assemblea di fine luglio la posta in gioco è questa. Non solo un improrogabile ricambio della dirigenza, non solo un urgente chiarimento sulla fallimentare esperienza della Sinistra Arcobaleno, ma anche la definizione di un programma e di un’azione riformista. Per governare i grandi cambiamenti che dobbiamo indurre al mondo se vogliamo conquistare e mantenere un accettabile standard di vita, di qualità di vita, per le presenti e le future generazioni.

L’Italia di oggi è un paese impaurito e arretrato. Ed è impaurito proprio perché arretrato rispetto alle altre democrazie europee occidentali e agli Usa. Arretrato nell’innovazione non ancora sufficientemente distribuita nel tessuto delle piccole e medie imprese, arretrato nella diffusione delle tecnologie e delle connessioni alla rete nelle famiglie, arretrato nell’affrontare il tema della vivibilità delle nostre città e arretrato sul fronte dei diritti di nuova generazione. Ciò nonostante, in tutti questi anni, soprattutto negli ultimi, i Verdi hanno rinunciato a rappresentare la modernità.

Avremmo potuto condurre la battaglia per un nuovo welfare che includesse i giovani, oggi esclusi, e la formazione permanente. Invece abbiamo scelto la collateralità alla sinistra radicale nel tutelare i pensionandi con privilegio.

Avremmo potuto rivendicare l’onere e il dovere di affrontare la crisi rifiuti in Campania. Invece, proprio lì, abbiamo scelto qualsiasi delega assessorile fuorché quella ai rifiuti e abbiamo alternato i proclami ai “rifiuti zero”, con l’indifferenza ai sacchi per le strade.

Avremmo potuto reclamare l’Europa per esportare democrazia e libertà nel mondo. A difesa dei democratici e dei popoli e non dei signori della guerra. Invece abbiamo assecondato l’immagine di chi voleva lasciare l’Afghanistan in preda ai talebani e all’unilateralismo americano.

Noi Verdi abbiamo all’incirca l’età della nuova Berlino, di quei giovani che “nacquero” abbattendo il Muro con le mani e i martelli. Avevamo l’età per capire il mondo, i suoi cambiamenti, i suoi bisogni e le sue rivendicazioni. E non l’abbiamo fatto. Questo è stato il nostro errore. Non tanto e non solo quello – ultimo – dell’alleanza elettorale con i Comunisti d’ogni forgia. Molto di più: quello che non abbiamo fatto.

Non so se siamo ancora in tempo. Scrivo sul finire di giugno a poche settimane dall’Assemblea nazionale. Per dovere e per sentimento vi parteciperò nella speranza che tutti insieme sapremo e vorremo guardare oltre. E consapevole che il lavoro che devono fare gli ecologisti è lo stesso che deve fare l’intero centro sinistra.

Ripartendo dal territorio e non dalle lobby, dalla partecipazione e non dall’autoconservazione, dal confronto e non dal consociativismo, dai bisogni e non dai privilegi, dai diritti e non dalle emergenze.

Si può fare? Sì, ma si deve lavorare.

Marcello Saponaro

Flessibilità e sicurezza Una declinazione possibile

luglio 10, 2008 By: lele Category: Ecoappunti Giugno 2008 No Comments →


 

Il lavoro nelle sue declinazioni moderne, nei suoi diritti imprescindibili e in quelli di nuova generazione. Scenari di fronte a bisogni reali e quotidiani di certezze, inedite anche per il recente passato

 

C’era una volta la convenzione di Lisbona (in questi giorni alla ribalta delle cronache per altri motivi), che recitava:

 

- ORIENTAMENTO N. 20 (OCCUPAZIONE): Favorire la flessibilità conciliandola con la sicurezza occupazionale. Il presente orientamento raccomanda di anticipare i cambiamenti connessi all’apertura dei mercati al fine di minimizzare i costi sociali, in particolare attraverso una diversificazione delle modalità contrattuali.

 

- ORIENTAMENTI N.22 E N.23 (OCCUPAZIONE): Investimenti in capitale umano e adeguamento della formazione ai bisogni del mercato del lavoro. I due orientamenti in oggetto si fondano sull’apprendimento permanente e sul riconoscimento della formazione formale o informale.

 

Scenario

 

Da allora molte cose sono successe e da anni ormai sentiamo parlare di “esigenze del mercato” che chiede flessibilità, e genericamente si parla di precarietà e di precari, in modo spesso strumentale, sloganistico e poco circostanziato.

La cosiddetta precarietà è un risultato della flessibilità se e solo se si continua a discutere di una dicotomia “assunzione a tempo indeterminato” contro “lavoro precario”, come se la ricetta per risolvere il problema della precarietà fosse, appunto un contratto a tempo indeterminato. Il fatto è che probabilmente non e’ così, o per lo meno non è questo tutto il problema.

Sempre di più proliferano persone e modi di lavoro che esulano dalle comuni categorizzazioni, sempre di più è necessario dare voce alle nuove istanze, dare titolarità alle esigenze, inquadrare in un orizzonte teorico nuove figure, che non sono classi, ma che sono persone, tante e che hanno bisogno di costruire la propria strada.

 

Prospettive

 

Il tema vero è cominciare a ragionare sulle esigenze dei precari, le esigenze vere, quelle compatibili, quelle che diano risposte al mercato e che diano legittime risposte alle esigenze delle persone che vogliono stare meglio facendo attività soddisfacenti.

Il punto è rendere sostenibile l’iniziativa dei singoli, consentire alle persone di essere aggiornate, di sperimentare, di cercarsi la propria strada non più dentro ad un armamentario simbolico tipico del fordismo (che ormai è finito da un pezzo) ma concedendo l’ultimo miglio.

E’ buffo ma sostanzialmente la liberalizzazione è arrivata dappertutto, tutto è flessibile, nessuno di noi sa dove andrà a finire nel medio periodo, tutto è in movimento, manca la liberalizzazione dei simboli. Tutti i cosiddetti paladini dei precari raccontano fiabe, le fiabe che attingono a piene mani dalla logica e dalla simbologia della fabbrica degli anni ‘70, come se fosse possibile tornare indietro, e soprattutto, diciamolo, come se fosse interessante, appagante tornare indietro.

 

Simboli e ipotesi

 

E’ necessario costruire un orizzonte simbolico e di riferimento da cui ripartire.

La storia è da scrivere, e si scrive a partire dalla realtà, non dalla retorica che non tiene conto delle cose. La sinistra perde e scompare e i precari continuano ad esserci. Diciamo che le chiacchiere non hanno convinto? Diciamo che è necessario riragionare sul paradigma? Diciamo che abbiamo bisogno di un orizzonte di valori, di simboli che va costruito a partire dalla realtà? Io direi di sì.

Il posto fisso non è l’aspetto convincente.

La realizzazione nel lavoro, la possibilità di ritagliarsi tempi e modi di vita, la soddisfazione per il proprio agire, la possibilità di aggiornarsi e di sperimentare, di mettersi alla prova e costruire la propria strada, questo è convincente.

Il dato del mercato è chiaro, proliferano piccole e micro imprese ad altissimo valore aggiunto tecnologico e di conoscenza. Sempre più spesso sono richieste competenze per dare risposte istantanee a problemi, modelli di business, mercati emergenti. Allo stesso modo nei mercati evoluti si cercano partners, non personale dipendente, con eccellenti risultati in termini di performance per entrambi i contraenti. E’ certo che anche questo è solo una parte del discorso. Manca tutto quello che riguarda i costi di questo modello, che al momento ricadono completamente sulle spalle dei lavoratori e che, costando relativamente poco alle aziende, finiscono per non avere tutele reali, si pagano la loro conoscenza e finiscono per essere colpiti da una tassazione che ammazza ogni possibilità di creare reddito. Uno sviluppo che pagano i lavoratori, e ciò non ha ragione di essere.

A partire dall’iniziativa del 17 giugno al Caffè letterario dove abbiamo iniziato a costruire una proposta, lavoreremo per dare voce a queste istanze. Abbiamo aperto un dialogo con ACTA (Associazione dei Creativi Italiani) e con la Rete Indipendenti – I-Network, interlocutori qualificati per ripensare un paradigma, per cominciare a pensare ad un nuovo welfare che tenga conto della reale situazione.

Lele Rozza

 

 

SorciVerdi torna a ottobre

luglio 10, 2008 By: lele Category: Ecoappunti Giugno 2008 No Comments →




SorciVerdi va in vacanza. La trasmissione televisiva del gruppo Verdi della Regione Lombardia in diretta ogni giovedì alle 22 in su VideoBergamo e Sky 931, e in replica – sempre al giovedì alle 22 – su Più Blu Lombardia, dà appuntamento ai suoi telespettatori dopo la pausa estiva. Dopo i mesi di messa in onda, e i risultati incoraggianti, SorciVerdi tornerà da settembre. Il format resterà lo stesso, ovvero quello del dibattito con gli ospiti in studio sui temi di più stretta attualità, e telefonate da casa. “La scelta di aprire anche un canale “televisivo” con i cittadini – spiega Marcello Saponaro, consigliere regionale dei Verdi da cui è partita l’iniziativa – ha preso avvio dalla constatazione che la televisione è, nel bene e nel male, il mass media di riferimento per il grande pubblico, soprattutto quando si tratta di “farsi un’idea” su argomenti politici. La televisione inoltre può essere un’altra occasione per comunicare coi cittadini, secondo un modello di scambio biunivoco, non di flusso di informazioni dall’alto”. Proprio per tenersi in contatto anche durante la pausa estiva coi suoi telespettatori SorciVerdi ha da poco inaugurato anche un indirizzo mail redazione@sorciverdi.tv al quale tutti potranno scrivere per suggerire argomenti, porre quesiti, segnalare situazioni significative. Sul sito ufficiale della trasmissione www.sorciverdi.tv sono inoltre visibili tutte le puntate andate in onda da gennaio a giugno.

Red.

 

Pubblica amministrazione Prodotti e servizi ecosostenibili

luglio 10, 2008 By: lele Category: Ecoappunti Giugno 2008 No Comments →




Gli acquisti verdi sono importanti per spingere l’industria manifatturiera e dei servizi verso l’innovazione delle realizzazioni e di processo.

Il Gpp, Green Public Procurement, vale, infatti, il 16% del prodotto interno lordo medio dei paesi europei

 

Acquistare verde, per far bene all’ambiente e – quando possibile – risparmiare soldi del contribuente. Il consigliere regionale Marcello Saponaro ha presentato in Lombardia un progetto di legge sugli acquisti ecologici nella Pubblica Amministrazione, perché proprio dalle istituzioni deve partire la catena degli “acquisti virtuosi”. Quelli cioè che si orientano verso il consumo sostenibile e che soprattutto calcolano, nella valutazione della miglior offerta, anche i costi di smaltimento futuro. Operativamente, il progetto di legge stabilisce un piano triennale sperimentale di acquisti verdi in cui definisce una serie di criteri ambientali da seguire nell’acquisto di forniture e servizi e nell’esecuzione di opere e lavori. “La pubblica amministrazione con i propri acquisti- spiega Saponaro – incide in maniera rilevante sul Pil delle nazioni, orientando di fatto scelte e comportamenti del mercato. Regione Lombardia, con tutte le sue imprese partecipate, è un importantissimo attore del mercato, ad esempio, dei toner e delle cartucce. Se Regione Lombardia iniziasse a usarne di riciclati e riciclabili, potrebbe dare una spinta a questo settore, che già di per se comunque sta registrando una buona crescita”.

La strada degli acquisti verdi è già stata attivata dai Verdi in Provincia di Milano, con il progetto avviato nel 2005 e conclusosi nel 2007: “In pratica – spiega Pietro Mezzi, assessore al territorio e all’Agenda 21 – abbiamo ottenuto che nel corso di questi due anni si modificassero i capitolati d’acquisto dei principali prodotti strumenti e forniture della Provincia in senso sostenibile. Ora i criteri ambientali sono diventati direttrici importanti e criteri di valutazione nei bandi con cui Palazzo Isimbardi appalta le forniture di prodotti e servizi all’esterno”. Anche nel Comune di Cinisello Balsamo, dove la Giunta Comunale ha varato un manuale delle “Linee guida agli acquisti verdi”, è stato introdotto un sistema di acquisti che predilige prodotti e servizi a ridotto effetto sulla salute dell’uomo e sull’ambiente. “Il manuale – spiega l’assessore al bilancio Roberto Mauri – sarà lo strumento operativo nelle pratiche ordinarie di acquisto dell’Ente, che ha anche attivato un corso di formazione interno per imparare a fare riconoscere e acquistare i prodotti ecologici”

In Regione Lombardia il progetto di legge sugli acquisti verdi ha preso vita grazie ad una sinergia con gli imprenditori riuniti sotto la sigla di Assoritech, l’associazione nazionale dei rigeneratori.

“Questo progetto di legge regionale è il primo passo verso la sostenibilità in ufficio – sottolinea soddisfatto Marco Gialdi di Assoritech – Dalla carta ai computer, dalle cartucce alle periferiche, gli acquisti saranno ponderati per la sostenibilità economica ed ecologica, aprendo di fatto nuove possibilità per il mercato dei prodotti riciclati e rigenerati. Un segnale forte per il mercato che parte dai vertici e ci auguriamo possa arrivare anche alla base, per affrontare l’annoso problema dei rifiuti alla fonte, riducendone cioè la produzione”. L’iniziativa dei Verdi è stata accolta con favore anche dai consiglieri di maggioranza Carlo Saffioti (Fi) e Silvia Ferretto (An). “Ora il lavoro proseguirà con il confronto con il mondo imprenditoriale – conclude Saponaro -. A luglio è previsto un primo appuntamento tra le imprese di rigenerazione e i consiglieri regionali. è un’occasione per coniugare ambiente e lavoro. Perchè sprecarla?

Eliana Pasquini

Comunità montane: i tagli di Prodi

luglio 10, 2008 By: lele Category: Ecoappunti Giugno 2008 No Comments →




La Giunta regionale ha predisposto una riduzione degli enti di secondo livello secondo le norme proposte dal governo di centrosinistra. Il Consiglio lo ha ratificato, come il parlamento fece con l’esecutivo dell’Unione

 

 

Il Consiglio regionale ha approvato lo scorso 24 giugno la legge di riordino delle Comunità montane della Lombardia, che adegua la gestione degli enti alle disposizioni contenute nella finanziaria statale 244/2007. Questa, infatti, per il 2008 stabilisce un cospicuo taglio del fondo nazionale destinato alle Comunità montane e delega alle Regioni il riordino delle stesse, al fine di ridurne i costi di gestione e funzionamento.

La misura principale contenuta nella legge regionale per tagliare le spese è quella di accorpare gli enti. Per questo motivo sono state ridisegnate 23 zone omogenee, secondo criteri di continuità e contiguità geografica, e a ciascuna zona omogenea corrisponderà una comunità montana. Si passa pertanto dalle attuali 30 alle nuove 23, l’assetto sarà effettivo a decorrere dalle prossime elezioni amministrative del 2009. Il centrosinistra in aula s’è astenuto sottolineando l’impostazione centralista della Regione, a discapito della valorizzazione delle autonomie locali delle Comunità.

La nuova delimitazione degli enti montani va nella direzione del contenimento della spesa pubblica, ma ha suscitato non poche polemiche da parte dei Consigli direttivi delle Comunità lombarde. A quanto pare le aggregazioni non raccolgono larghi consensi: in molti difendono la propria identità territoriale e non vogliono essere accorpati a realtà diverse seppur confinanti, altri evidenziano che il nuovo quadro non risulta ben equilibrato su tutto il territorio regionale, penalizzando alcune aree (ad esempio quella orobica) rispetto ad altre. I presidenti delle attuali Comunità montane, da parte loro, avevano chiesto maggior omogeneità nei criteri di zonizzazione. A questo proposito è stato approvato un emendamento dell’Assessore Romano Colozzi che dà la possibilità di apportare eventuali modifiche alle zone omogenee, prorogando al 31 ottobre gli accorpamenti definitivi. Ma i dubbi restano: il riordino territoriale infatti non è l’unico punto del provvedimento che ha suscitato qualche malumore. A preoccupare i Presidenti delle Comunità montane è soprattutto il timore di perdere autonomia nei confronti della Regione. Al centro delle polemiche, l’articolo 11 che riconduce alla Giunta regionale (e non alla giunta esecutiva della Comunità montana) l’approvazione dell’elenco dei progetti fatto pervenire dalle zone montane, con la facoltà di modificare le proposte e l’ordine delle priorità indicate, introducendo di fatto una gestione "centralizzata" per le opere di un certo rilievo e riducendo di conseguenza le Comunità montane a semplici uffici regionali. L’emendamento proposto dai Verdi per abrogare questo articolo è stato respinto in aula, quindi de facto questa nuova legge toglierà autonomia alle Comunità.

L’approvazione della normativa nei termini posti dalla Finanziaria evita le penalizzanti norme previste in caso contrario, ma restano comunque diverse perplessità, legate alle zone omogenee e all’autonomia degli enti montani. Perplessità che non hanno trovato nel corso del dibattito in aula risposte soddisfacenti e che quindi hanno determinato l’astensione dalla votazione finale dei Verdi e del centrosinistra.

Sara Ferrari