A cura di Paolo Lozza
In queste due legislature e mezzo la giunta guidata da Roberto Formigoni
e la maggioranza di centrodestra che governa il Pirellone hanno portato
un formidabile attacco al territorio.
Quello che è accaduto è chiaramente visibile guardandoci intorno.
Le piccole e le grandi riforme delle leggi regionali hanno smantellato
la pianificazione territoriale pubblica. Le trasformazioni territoriali sono guidate solo dalle proposte dell’operatore privato, che ottiene troppo spesso l’assenso
dei Comuni a causa della cronica scarsezza di risorse economiche
Negli anni 2000-2005, quando in Consiglio Regionale si discuteva e alla fine si approvava la nuova legge urbanistica (L.R. 12/2005), molti tra gli urbanisti quotati spiegavano a noi ambientalisti che non era importante occuparsi dei pericoli legati alla “troppa libertà” lasciata ai Comuni nelle scelte urbanistiche. Perché “tanto è finita l’epoca dell’espansione”, “gli anni del boom edilizio sono finiti per sempre”, “oggi, e nel futuro, dobbiamo prestare attenzione alla qualità della trasformazione”. Noi, che abbiamo sempre rispetto per gli esperti, ci siamo un po’ tranquillizzati, ma negli anni abbiamo sempre conservato il sospetto che forse quelle opinioni erano quanto meno un po’ troppo ottimistiche.
Un recente convegno di Legambiente Lombardia, ed un suo documento presentato nell’occasione, ci danno l’opportunità di verificare alcuni dati che sembrano smentire clamorosamente quell’ottimismo.
Nei 30 anni dal 1971 al 2001 la popolazione lombarda è passata da 8,5 a 9 milioni (+ 5,7%); per contro il numero di stanze disponibili sono passate da 9,9 a 16,3 milioni (+ 65%). Quindi il boom non era proprio finito.
Mentre nel decennio tra il 1958 e il 1967 (anni considerati “del boom”) in Lombardia si sono costruiti mediamente 22,5 milioni di metri cubi all’anno, negli otto anni dal 1995 al 2002 tale media è salita a 35,4 milioni di metri cubi, con la punta di 51,2 realizzati nel solo 2002.
Il dato più aggiornato, l’indice trimestrale Istat di produzione nelle costruzioni (Ipc – base 100 nell’anno 2000), è quasi costantemente salito, fino ad arrivare a 135,2 nel secondo trimestre 2007 (è vero che questo indice tiene conto anche delle ristrutturazioni, ma purtroppo questo settore rappresenta solo un quarto dell’intero comparto).
Le diffidenze del mondo ambientalista verso le “tranquillizzazioni” di alcuni urbanisti erano dunque fondate.
Oggi è opinione comune (almeno nelle petizioni di principio) che il crescente consumo di suolo sia uno tra i problemi più grandi della Lombardia. La legge urbanistica del 2005 non lo ha affrontato nelle sue norme, ma nemmeno nei suoi principi ispiratori; la situazione attuale, anche grazie alle scarse risorse finanziarie dei Comuni, sta degenerando e il Governo lombardo, presieduto negli ultimi dodici anni da Roberto Formigoni, non se ne occupa, tranne che nel fare leggine vergognose per costruire a Monza oppure deroghe speciali per costruire nei Parchi.
Lo scempio
continuo delle cave
La storia è sempre quella: la Provincia “x” redige e adotta il suo Piano cave, che altro non è se non una programmazione decennale dell’attività estrattiva dei diversi minerali, di cui i materiali per l’edilizia in Lombardia fanno la parte del leone. Tale programmazione costituisce la base giuridica per le autorizzazioni concesse poi ai cavatori. Normalmente le province adottano piani cave dimensionati “in abbondanza”, soprattutto negli ultimi anni quando le tecnologie di recupero degli inerti sono diventate accessibili ed economiche, e consentirebbero quindi di limitare lo sfruttamento di nuovi giacimenti.
Poi il piano passa in Regione per l’approvazione finale (passaggio in commissione e approvazione in Consiglio).
E’ di solito in questa fase che si forma, fuori dai palazzi regionali (e spesso anche al loro interno…), la lunga coda degli imprenditori del settore cave: tutti a chiedere aumenti delle quantità di escavazione e aumenti dei siti cavabili.
A questo punto iniziano le battaglie, soprattutto in seno ai diversi settori della maggioranza al governo lombardo, ognuno tenta di accontentare i propri amici, e solitamente, per accontentare tutti, ne esce un Piano che stravolge in aumento la proposta provinciale. A farne le spese sarà il territorio.
E’ successo per il Piano cave della provincia di Milano ed è continuato per i piani Brescia, Sondrio, Pavia, Varese. In queste settimane è all’esame il Piano cave di Bergamo che, in forza del mancato accordo interno alla maggioranza sulle spartizioni, stenta ad essere approvato. Nel caso bergamasco si aggiunge il caso di conflitto di interessi di Lionello Marco Pagnoncelli, assessore regionale alla partita e contemporaneamente socio in imprese collegate alle escavazioni (vedi articolo).
Nella sola provincia di Milano si prevedono nei prossimi dieci anni escavazioni annuali per 6,5 milioni di metri cubi di materiali vari. Prendendo a campione il prezzo della ghiaia, 10 ?/m3, il fatturato annuo sarà di almeno 65 milioni di euro: ecco spiegato il grande interesse all’argomento.
Da un po’ molti segnalano la necessità di modificare la legge regionale che regola il settore, inserendo norme che impediscano quello che qualcuno definisce, con poca eleganza, il “mercato delle vacche”. Purtroppo Formigoni & C. non danno segnali in tal senso, forse sono troppo impegnati a promuovere quelle attività edilizie per le quali i materiali estratti dalle cave sono indispensabili.
In questi giorni il Partito democratico si è fatto parte diligente elaborando il testo di una nuova legge che, dalle prime notizie, sembra essere adeguata all’esigenza. I Verdi non faranno mancare il loro contributo costruttivo.
La legge obiettivo
regionale
Per anni ci siamo battuti contro la “lunardiana” Legge obiettivo nazionale, che intendeva semplificare drasticamente le procedure di approvazione dei progetti pubblici: valutazione di impatto ambientale ridotta ed esclusione degli enti locali dal potere decisionale. La riforma della legge obiettivo è stata inserita nel programma di governo del centrosinistra ma, come del resto molte altre questioni presenti nel programma, è lungi dall’essere attuata, anche grazie alle efficaci resistenze di alcune forze di governo, Di Pietro in prima fila. Ma questo a Raffaele Cattaneo, Assessore regionale alle infrastrutture, non basta.
Un suo progetto di legge inventa la “legge obiettivo regionale” che, tra altre norme al limite dell’incostituzionalità, propone di dare in gestione al concessionario autostradale non solo l’autostrada, ma anche i terreni più o meno limitrofi che, diventando edificabili, potrebbero generare risorse che renderebbero più remunerativa l’autostrada. Ecco allora che diviene economicamente possibile costruire un’autostrada dichiaratamente inutile: per un po’ di anni sarà deserta ma poi, col tempo, smaltirà il traffico proveniente dai nuovi insediamenti che essa stessa ha generato. Che fine farà la pianificazione territoriale?
Il progetto di legge di Cattaneo (pdl 226) è ancora in Commissione; vedremo come si svolgerà la battaglia consiliare, sperando che l’intera opposizione sappia fare il suo lavoro.
I centri commerciali
Un grande contributo alla cementificazione lombarda lo dà costantemente la proliferazione delle grandi strutture di vendita, i centri commerciali superiori ai 5.000 mq di superficie di vendita; e tra le cementificazioni possibili è qualitativamente forse la peggiore.
Circa due anni fa se ne contavano ufficialmente 623 per un totale di 3.058.000 mq di negozi. La quantità veniva giudicata eccessiva anche nei documenti ufficiali della Regione. A questi bisogna aggiungere i circa 600.000 mq di autorizzazioni rilasciate ed in buona parte non ancora utilizzate.
Ora la scorpacciata delle autorizzazioni è quasi finita, ma non sono terminati i problemi.
Prima di tutto perché, se il mercato lo consentirà, prima o poi si scaricheranno sul territorio tutti i centri commerciali già autorizzati e non ancora realizzati. Secondariamente perché gli “accorpamenti senza aumento di superficie di vendita” che caratterizzeranno le autorizzazioni commerciali future, ci lasceranno un gran numero di edifici vuoti non più autorizzati al commercio, ma sempre titolari della originaria destinazione urbanistica a “terziario”; quindi in attesa di nuove utilizzazioni (uffici? case?).
Questo è ciò che prevede l’attuale legge regionale sul commercio e il suo piano attuativo (Programma triennale per lo sviluppo del settore commerciale 2006-2008), e inutile è stata fin qui la richiesta di una moratoria lanciata dai Verdi.
Il caso Segrate
Tre delle vecchie autorizzazioni commerciali non utilizzate riguardano un attualissimo problema della città di Segrate: le tre autorizzazioni commerciali sono state “riunite” in una sola e si sono tradotte in una richiesta di costruire, alle spalle dell’aeroporto di Linate, un centro commerciale di circa 60.000 mq di superficie di vendita (220.000 mq di superficie coperta) nel quale sono attesi 25 milioni di visitatori/anno. Provate ad immaginare quale nuovo fiume di automobili si potrebbe riversare in prossimità dell’Idroscalo. E di fronte a questa eventualità cosa fa l’Unione? In Provincia di Milano l’assessorato alle infrastrutture, unico ad avere voce in capitolo, balbetta vaghe richieste di garanzie sulla viabilità, mentre il Comune di Segrate vede il Partito democratico votare con Forza Italia in favore del centro commerciale.
Le autostrade
Come sa bene chi si occupa solo un po’ di questioni territoriali, le autostrade sono un pessimo modo per tentare di risolvere i problemi veicolari, ma sono un ottimo veicolo per trasportare e diffondere “cemento”.
La Lombardia formigoniana, appoggiata nell’ultimo anno dal ministro Di Pietro, ha diverse nuove autostrade in programma: BreBeMi (direttissima Brescia-Milano), Tangenziale Est Esterna, Pedemontana, Cremona-Mantova, Broni-Mortara, Collegamento A22/A15 (TiBre), Valtrompia, Collegamento Tangenziale Ovest-Magenta/Abbiategrasso.
Giova ogni tanto ricordare che – ad eccezione dell’ultima in elenco, che fa parte della cosiddetta “viabilità Malpensa” – tutte le autostrade in progetto nascono da proposte di società private, più o meno partecipate dagli enti pubblici. Così come succedeva per le nuove discariche negli anni ‘80/’90, la programmazione delle infrastrutture autostradali nasce quasi sempre al di fuori del potere pubblico, il quale eventualmente inserisce i progetti nella sua pianificazione solo in un secondo momento.
Per molti tra i progetti citati si tratta di risposte sbagliate a problemi reali: esiste una congestione generale generata da traffico di breve-media distanza che vorrebbe essere “smaltito” da infrastrutture adatte alla lunga-lunghissima distanza. A fronte della carenza di strade che qualcuno chiama “di serie B”, la Lombardia programma e progetta solo strade di serie A, molto più costose e quasi inutili a risolvere il problema. Per non parlare delle risorse che potrebbero essere dirottate verso il trasporto collettivo.
Altri i progetti invece sono semplicemente insulsi poiché intervengono in settori di territorio attualmente lontanissimi dai livelli di congestione milanesi, vedi i casi della Cremona-Mantova e della Broni-Mortara. Ma si sa, nessuno pensa che questo tipo di intervento si debba fare per risolvere problemi di traffico; queste nuove arterie correranno per qualche anno nella campagna deserta e poi, con il tempo, giustificheranno l’insediamento di capannoni e centri commerciali.
Se da una lato gli ambientalisti ritengono questi progetti uno spreco di risorse e un disastro per il territorio, è utile segnalare anche un’altra questione: tutti i progetti citati, nessuno escluso, godono dell’appoggio incondizionato non solo della maggioranza formigoniana ma anche del neonato Partito democratico. Dove sono allora le differenze?
La riforma ammazza parchi
E’ delle scorse settimane la proposta, dell’Assessore Boni, di consentire ai Comuni l’espansione edilizia nel territorio dei parchi. La norma prevede che, nel caso l’ente parco non fosse d’accordo, la Regione possa procedere, quasi d’ufficio, a modificare il Piano del parco per soddisfare la richiesta comunale.
Il violento attacco ai Parchi regionali arriva oggi, guarda caso, quando il Comune di Milano sta affrontando il Piano di governo del territorio. E si sa, le esigenze di Milano – da sempre insofferente a qualsiasi interlocuzione con altri livelli istituzionali, figuriamoci con il Parco Sud – hanno un grande peso, perfino sulle scelte del leghista Boni. Una forte opposizione in commissione e un po’ di mobilitazione ambientalista hanno per ora bloccato l’iniziativa, ma temiamo si ripresenti a breve.
La Lombardia si è dotata della nuova legge urbanistica (L.R. 12/2005) solo nel 2005; la maggior parte delle altre regioni aveva rinnovato la propria normativa alcuni anni prima. Se la normativa precedente non ha certamente garantito la salvaguardia del territorio, la nuova legge ha sancito – si perdoni la scarsità tecnica della definizione – la completa libertà di costruire più o meno ovunque e comunque. Sulla scia delle parziali modifiche normative operate da Formigoni a partire dal 1996 (il "bonus" dei sottotetti) e terminate nel 2001 con la soppressione degli standard urbanistici, la nuova legge ha rappresentato il culmine della teoria liberista nella gestione territoriale. Stop alla pianificazione pubblica. Trasformazioni territoriali decise sulla base del "progetto" proposto dall’operatore privato. Unico giudice l’amministrazione comunale che, di volta in volta, negozia i benefici pubblici derivati dagli insediamenti privati. Questa impostazione normativa, insieme alle scarsissime risorse destinate agli enti locali, hanno costituito quella miscela esplosiva che ha dato via libera al sacco del territorio. (Quasi) ogni sindaco, che non si può incolpare se agisce anche per essere rieletto, fa di tutto per realizzare opere pubbliche "visibili", qualche volte utili, altre un po’ meno. E, stretto dal patto di stabilità che non gli consente di accedere al credito, fa pagare i costi agli operatori immobiliari. Quindi nuova urbanizzazione. Salvo poi accorgersi che i costi dei servizi pubblici necessari ai nuovi insediamenti, alla lunga, non sono coperti dagli oneri di urbanizzazione e dal gettito dell’ICI. Ma questa vera e propria "svendita del territorio" costituirà un problema solo per i suoi successori.
Formigoni, sempre attraverso il braccio operativo di Boni, ha nel frattempo risolto qualche "piccolo problemino" che neppure le norme più liberiste erano riuscite a eludere; vedi ad esempio il caso di Monza. Per cancellare le salvaguardie vigenti sulla Cascinazza, un grande comparto agricolo di proprietà Paolo Berlusconi, si fa una legge speciale; e la si fa approvare in Consiglio nonostante l’ostruzionismo dell’opposizione.
Il sacco della Lombardia è stato in gran parte fatto, il resto lo si farà nell’occasione dei nuovi Piani di governo del territorio. Si salvavano solo i Parchi ma, se l’opposizione tutta non saprà tenere alte efficaci barricate politiche, tra qualche settimana anche le aree protette saranno perse.