Energia nucleare Quanto costa l’atomo?
Il dibattito sull’uso dell’uranio per alimentare le centrali si è aperto, ma come vent’anni fa rimangono aperti gli stessi problemi, a partire da quello del costo dell’elettricità così ottenuta
Il tema del costo dell’energia non può essere discusso se non si esamina il costo dell’elettricità nel suo complesso, seppur articolato secondo le varie fonti utilizzate.
Un processo dinamico
La liberalizzazione dei mercati dell’energia, che pur con i dovuti distinguo, è comunque un processo in corso, implica che le varie fonti, dal gas al petrolio, dal carbone all’uranio, dalla legna all’acqua, siano considerate delle commodities, quindi soggette alle leggi del mercato, e di conseguenza negoziate nelle Borse o comunque collegate ai prezzi che lì si formano.
Liberizzazione vuol dire anche che ai tradizionali contratti di fornitura di tali commodities, tipicamente i contratti “forward”, nati per limitare i rischi finanziari dei venditori e degli acquirenti di queste materie prime particolari, si sono aggiunti altri strumenti finanziari, i “futures”, che in pratica sono delle roulettes dove stormi di traders scommettono sui prezzi dei cosiddetti barili di carta, che poco hanno a che fare con le reali quantità di petrolio consegnate e utilizzate.
Il legame tra fossile e nucleare
Ora, se è vero che non bisogna fare l’errore di dare troppa importanza alle oscillazioni a breve termine in quanto la fine del petrolio e del gas è ancora lontana, non bisogna pensare che le fluttuazioni non abbiano alcuna relazione con il rapporto domanda/offerta, ovvero che i rialzi recenti siano pura speculazione. Sul lungo periodo, pertanto, i prezzi dei futures sono legati ai costi reali del petrolio, e, di conseguenza, lo saranno anche le quotazioni del gas naturale, ma non solo…
Anche l’Uranio è una commodity quindi, in un mercato liberalizzato, subisce lo stesso gioco, tanto è vero che negli ultimi 4 anni il suo prezzo sul mercato è passato da 10 a 130 dollari alla libbra, con un aumento di oltre il 1000%, ben superiore all’incremento del prezzo del greggio.
Questo vuol dire che anche il costo dell’elettricità nucleare aumenterà. Secondo un recente studio, condiviso dall’industria atomica statunitense (il Nuclear Power Joint Fact-Finding), l’elettricità di una nuova centrale nucleare è destinata a costare tra gli 8 e gli 11 centesimi di dollaro per kWh. Da rilevare che già nel 2005 lo studio “Economic Future for Nuclear Power” dell’Università di Chicago, commissionato dal Dipartimento per l’Energia (DoE), sosteneva che il vero costo del kWh elettronucleare oscillava tra i 47 e 71 dollari per MWh, contro un costo di 35-45 dollari per MWh dei cicli combinati a gas.
Il prezzo dello smaltimento
Tutto questo senza considerare i debiti energetici, quindi monetari, che dovranno essere pagati per il confinamento del combustibile esausto e delle scorie radioattive, che rimangono dopo lo sfruttamento e dopo lo smantellamento delle centrali.
Nessun grande impianto nucleare è mai stato smontato; nessun paese ha ancora identificato un sito in cui conferire definitivamente le scorie radioattive per i prossimi secoli. I costi sociali, ambientali ed economici di queste attività si prospettano così elevati che molti ormai sostengono che è più conveniente abbandonare e isolare i reattori nucleari alla fine della loro vita utile, con tutte le loro scorie radioattive dentro, invece che smantellarli e trasferire i residui non si sa dove.
Pretendere che questi debiti non esistano, non porta da alcuna parte. Essi non sono semplicemente inesigibili da ascrivere in qualche bilancio societario. Un giorno o l’altro il genere umano dovrà pagarli o subirà le conseguenze di un ambiente avvelenato.
Sergio Zabot

